Le teste di Pallino sono i burattini che Carlo Brizzolara (paracadutista nella Folgore ad El Alamein, 1911-1986) si è portato dietro dal campo di concentramento di Geneifa in Egitto, dove fu internato per quattro anni come prigioniero di guerra durante la seconda guerra mondiale.
I burattini ideati da Carlo cominciarono la loro vita di personaggi grazie alle storie fornite da un certo Capitan Pallino, avventuriero e combattente prodigioso, compagno di Carlo in quel rettangolo di filo spinato.
Questi attori di cartapesta sono ancora “vivi” e dopo anni negli scatoloni sono stati riportati alla luce dalla nipote dell’autore, l’attrice Francesca Brizzolara, che attraverso la loro storia ha cominciato una ricerca molto personale sulla figura del nonno-scrittore-burattinaio.
La dolcezza del ricordo della affezionata nipote Francesca si intreccia con l’arida crudeltà del campo di prigionia e con l’umanità viva e vera che riemerge dai ricordi dei compagni che hanno vissuto e condiviso quella tremenda esperienza. I burattini testimoniano lo spirito di sopravvivenza che spinge l’uomo, attraverso la sua creatiività, a salvaguardare la propria dignità anche nelle situazioni più difficili. Di fronte a un utilizzo così necessario del linguaggio teatrale, nasce la riflessione sul ruolo contemporaneo dell’artista.
Nel lavoro si intrecciano tre piani: quello della storia della vicenda guerra/prigionia, con l’ideazione del teatro di burattini nel campo di concentramento a El Alamein; quello dei ricordi legati alla figura del Carlo Brizzolara-nonno, nutriti da lettere e materiale privato della famiglia, che inderogabilmente scorre parallelamente alla vita dell’attrice; e quello dei testi tratti dall’opera che ha lasciato l’autore: le commedie per burattini, molte delle quali ideate nel periodo della prigionia, raccolte nel libro “La minghina bastonata” e nei racconti tratti da “La vita è sport”.